martedì 29 marzo 2011
sabato 5 marzo 2011
giovedì 3 marzo 2011
CHIU' PILA PE TUTTI
Assistiamo ormai da qualche tempo ad un dibattito politico incentrato esclusivamente sulla strategia difensiva del Presidente del Consiglio rispetto al rinvio a giudizio per i reati di concussione e prostituzione minorile e, nella logica della ormai nota provocatio ad populum praticata costantemente dal gruppo dirigente del Popolo della Libertà Responsabile, ogni giorno si attua la strategia difensiva del Presidente attraverso il richiamo al popolo. Il popolo è infatti costantemente avvertito della “persecuzione giudiziaria” ai danni di Berlusconi attuata dai magistrati che, privi di investitura popolare, perseguono il disegno di sovvertire il risultato delle urne. In definitiva il messaggio chiaro che non solo il Presidente (legittimato alla sua difesa rispetto alle imputazioni che gli vengono contestate) ma anche i dirigenti del suo partito denunciano al popolo è che quest’ultimo è l’unico vero giudice di Berlusconi poiché la sua elezione e la sua rielezione rendono unitiliter data ogni eventuale indagine o sentenza di colpevolezza penale. Bene ha fatto il Primo Presidente della Corte di Cassazione(nel discorso di apertura dell’anno giudiziario), prima, e il Presidente della Camera poi, a ricordare che anche la sovranità del popolo è esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione quasi a ribadire, ammesso che ve ne fosse bisogno, che il popolo (inteso come maggioranza) non può considerarsi al di sopra della legge, in funzione della sua volontà maggioritaria, e, ad esempio, sovvertire un potere dello Stato. Così come, è bene ricordarlo, la giurisdizione è esercitata nelle forme prevista dalla Costituzione e l’esercizio dell’azione penale, quando ve ne siano i presupposti ( notizia di reato e prove di colpevolezza da vagliare all’interno di un dibattimento), non persegue alcun fine politico, se così fosse bisognerebbe denunciare e perseguire chi esercita l’azione penale a fini di sovvertimento delle istituzioni democratiche per i reati previsti dalle leggi dello Stato quantunque si tratti di Magistrati. Ma di ciò non vi è traccia, c’è solo il messaggio ripetuto e ossessivo al popolo che l’esercizio dell’azione penale persegue in concreto tale ipotesi, ripetuto in ogni trasmissione televisiva. Ad esempio lo scalpitante Ministro La Russa ha espresso il concetto in più incontri televisivi così come l’On. Cicchitto che lo ha ribadito anche nell’incontro di Cosenza richiamato a Ballarò nel resoconto della settimana politica. Il popolo, tuttavia, nella sua organizzazione statuale non solo esprime la sua volontà politica ma si organizza ed elegge i suoi rappresentanti affinchè nell’azione di governo siano attuati processi di sviluppo politico nella direzione più soddisfacente dei bisogni della maggioranza. In questa direzione viene da chiedersi se in questo momento di profonda crisi economica che colpisce in maggior misura la classe media ormai sempre più da intendere come working poor ( inteso il concetto di povertà come povertà relativa), i voleri che la classe media ha inteso affidare alla maggioranza di governo siano quelli di stratificare sempre di più la società attraverso il discrimine del denaro. Cerco di spiegare meglio il concetto. La Prima Repubblica disegnata dalla Costituzione, da studi sociologici di riconosciuto livello scientifico (vedi Pasquino in Polis, sulla mobilità di classe in italia dal fascimo alla Repubblica), riconosceva all’istruzione il ruolo di canale fondamentale nella mobilità sociale ciò nel senso che grazie a quel canale, in Italia, vi è stato il cambio di classe di molti figli del desueto proletariato e della classe media verso la piccola e media borghesia; ciò proprio attraverso il titolo di studio e le connesse possibilità lavorative ed economiche. Così come la precostituzione del giudice naturale e la affermata uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge ha, nel tempo, consentito ai quivis di, quantomeno provare, e a volte riuscire, reclamare i propri diritti anche nei confronti del contraente forte ( è il caso ad esempio di reclami contro grandi produttori di automobili per difetti o altro). Coerente a tale impostazione è stata ad esempio l’emanazione del codice del consumo che in deroga a tutti quei formulari che spesso ci vengono fatti firmare da Banche, Assicurazioni, Compagnie Telefoniche o Automobilistiche, ha stabilito che il Tribunale competente non può essere quello di residenza del contraente forte ( che ciò prevede nei moduli o formulari e che ovviamente ha i mezzi economici per sostenere i giudizi) ma quello del consumatore che in passato per difendersi doveva anche sostenere il costo di un legale a Milano piuttosto che a Roma o altro. Insomma un federalismo rectius: decentramento della giustizia con avversario un grande gruppo o grande produttore. Allo stesso modo l’intervento dello Stato nella scuola e nelle Università Pubbliche, seppure abbia potuto creare sacche di baronie o sperperi, dal lato del cittadino, soprattutto il meno abbiente, ha garantito quel canale di miglioramento che ha rappresentato la storie dell’evoluzione sociale graduale dell’italiano medio. Il Governo della Libertà che gode, a sentire i maggiorenti del Partito, del sostegno degli italiani ha, di contro attuato, una controriforma del concetto di uguaglianza di possibilità per i cittadini elevando il livello economico proprio e familiare a discrimine delle possibilità di accesso ai canali di miglioramento economico e sociale. Nella scuola, ad esempio, il Ministro Gelmini con il c.d. dimensionamento scolastico e il Maestro unico ha di fatto ridotto l’offerta formativa da 30 ore settimanali a 24 ore settimanali generando sempre più il ricorso a corsi supplementari e, soprattutto, a costi aggiuntivi per le famiglie che quotidianamente hanno necessità di ricorrere alla c.d. accoglienza pre e post orario scolastico, così come nelle Università la sacrosanta valorizzazione di Università di eccellenza non accompagnata da sostegno economico alle Università pubbliche renderà di fatto più oneroso il percorso universitario medio così che il discrimine per giungere alle professioni non sarà il merito o la perseveranza quanto il livello economico delle famiglie che, unito alla necessità di iscritti per le Università, si risolverà in una netta separazione tra Università private super qualificanti e Università Pubbliche. Nell’ambito della giustizia giusta (il c.d. giusto processo) il Ministro Alfano ha di fatto rottamato il processo civile attraverso l’introduzione della mediazione obbligatoria civile che si risolve non in un puro e semplice strumento deflattivo erga omnes quanto in uno strumento deflattivo in funzione della capacità di spesa della parte che vuole reclamare un diritto in causa. In altri termini la mediazione civile obbligatoria crea per il cittadino che voglia riconosciuto il suo diritto al risarcimento del danno per le infiltrazioni di acqua nella sua casa la necessità di passare attraverso l’organismo della mediazione con un costo medio di mille euro( da precisare che il credito d’imposta che ottiene è sempre in misura minore della spesa) in modo che per iniziare un giudizio civile il workin poor ( il cittadino cioè che ha difficoltà ad affrontare una spesa mensile imprevista di €. 2.000) deve spendere mediamente tremila euro. L’effetto sarà, ovviamente, quello che la deflazione per i processi civili non riguarderà il tipo di giudizio da intentare ma sarà determinata dalla capacità economica del soggetto che ha avuto leso un diritto. In definitiva se è vero che gran parte degli italiani sono da annoverare tra la classe media, il popolo cui si rivolge sempre il Partito del Popolo delle Libertà, deve credere nella persecuzione giudiziaria di Berlusconi e avere necessariamente chiesto al suo governo di stratificare le possibilità dell’italiano medio attraverso il suo livello economico altrimenti vi è stato necessariamente qualcuno che ha mentito ovvero non ha capito. In questo scenario, proprio non sorprendente viste anche le chiare differenze di incassi tra Nord e Sud nel decreto milleproroghe, credo proprio che il nuovo slogan elettorale della prossima campagna elettorale debba essere CHIU’ PILA PE TUTTI, ma qualcuno questo lo persegue da tempo solo che non per tutti.
Francesco Siciliano
giovedì 27 gennaio 2011
LA PROVOCATIO AD POPULUM. MA GIANFRANCO NON AVER PAURA……………………
Tra le tante bellissime canzoni di Francesco De Gregori c’è ne è una che recita nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore non è da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. Sarebbe forse il caso che il Presidente Fini riascoltasse La leva calcistica del 68 dedicata a Bruno Conti, minuta ala destra, diventata Campione del Mondo nell’82, forse anche per il suo coraggio, per l’altruismo e per la fantasia. Il calcio di rigore ormai è stato sbagliato, non so se è finito sul palo o fuori o addirittura è stato tirato in bocca al portiere, certo è che è stato sbagliato, ma il giocatore non può perdere il coraggio e la fantasia perché la lotta è impari e solo queste doti elevano il giocatore. Fuori dalla metafora, raggiunta la maggioranza(?) alla Camera dei Deputati, grazie al salvifico apporto del voto del Presidente Berlusconi, oltre che di quello dei noti “responsabili” Scilipoti & Co., tutto sembra d’incanto tornato al suo posto: il Ministro Avv. Maria Stella Gelmini, esperta di problematiche attinenti alla professione forense in Italia, anticonformista nell’emigrazione intellettuale, ha definito falsità alcune argomentazioni giuridiche del Prof. Rodotà che, purtroppo docente a La Sapienza e non a Brescia, stava argomentando sul legittimo impedimento ex lege inquadrandolo nella categoria delle immunità. Certo Rodotà nella dottrina giuridica è maggiormente noto per alcuni saggi sulla figura dell’espromissione e dell’accollo, essendo docente di diritto civile, oltre che altri sui diritti civili ma nessuno può dubitare della sua altissima competenza scientifica relegata dal Ministro nella categoria del comunista antiberlusconiano. Uno dei grandi mali di questi anni 80bis è stato ed è certamente quello della mistificazione dei fatti e dei ruoli: in altri termini tutto è divenuto contrapposizione politica per cui anche un ragionamento strettamente tecnico sulle prerogative del Presidente del Consiglio nel quadro dell’impalcatura Costituzionale non viene mai affrontato ed, eventualmente, confutato attraverso un contrapposto argomentare tecnico giuridico, ma attraverso le categorie del comunista e antiberlusconiano. Spiace che ciò possa accadere da parte di chi è laureata in legge perché, a parte l’ovvia disparità scientifica tra un laureato e una nota dottrina giuridica ( mi riferisco a Rodotà), da una persona del settore ci si aspetterebbe una discussione giuridica o, comunque, rispettosa degli argomentati giuridici posti. Ma questi anni 80bis sono gli anni caratterizzati da uno scontro simbolicamente molto nefasto tra il leaderismo carismatico Presidente del Consiglio e gli altri poteri dello Stato: il Presidente , infatti, basandosi sugli italiani che sono con lui il Presidente dell’esecutivo attacca quotidianamente l’ordine giudiziario, così come, la Corte Costituzionale che dovrebbe essere il luogo asettico e impenetrabile dove le migliori menti giuridiche valutano della costituzionalità delle leggi e, nel rispetto del principio di uguaglianza, anche delle leggi che se cassate possono avere ripercussioni sul quadro politico. Ma di questi anni 80bis resterà certamente scolpito nella memoria un nuovo capolavoro giuridico che è la riviviscenza, seppure in una edizione riveduta e corretta, di un istituto del diritto romano denominato PROVOCATIO AD POPULUM. La provocatio ad populum è un istituto del diritto pubblico romano, introdotto dalla Lex Valeria de provocatione del 509 a.C. (rogata dal console Publio Valerio Publicola) ed applicato in particolare nel periodo repubblicano. La misura fu in una prima fase applicabile solo per condannati a morte della classe patrizia. Successivamente furono ammessi anche i plebei. Del resto la composizione dei comizi centuriati che vedeva una forte sperequazione censitaria delle attribuzioni delle centurie tra le cinque classi ed il sistema di votazione che vedeva chiamate al voto le centurie a partire dalla prima classe, rendeva la provocatio ad popolum come strumento in mano alle classi privilegiate. In altre parole nella Roma Antica, innanzitutto i patrizi, avevano il diritto di sottrarsi e/o ribaltare le decisioni dei magistrati attraverso il ricorso al popolo. In questi anni 80bis infatti, contro le inchieste e i processi della magistratura, si è assistito costantemente al giuramento di innocenza di indagati notabili ( cosa legittima ma priva di valore giuridico) ma soprattutto, si è sempre sentito l’argomento del valore della scelta del popolo rispetto all’esercizio della giurisdizione. In altri termini, si è detto che la scelta del popolo di eleggere i propri rappresentanti dovesse essere un valore giuridico in grado di sovvertire e/o impedire l’esercizio dell’azione penale. In questo desolante quadro il principio di legalità dell’azione amministrativa previsto in Costituzione ( e si badi bene che per pubblica amministrazione si intendono anche gli organi politici che della pubblica amministrazione quali legislatori, amministratori, ministri ecc.), spesso richiamato ed invocato finalmente anche dal Presidente Fini e da Futuro e Libertà ha riscaldato i cuori di tutti quelli che in qualche modo ritengono che la legalità sia una precondizione di uno stato democratico. E’ ovvio che la battaglia è impari poiché impari sono i mezzi a disposizione. E’ altrettanto ovvio che in un sistema che ha di fatto sostituito la democrazia acefala in cui vi sono al massimo un primus inter pares, in una democrazia leaderistica in cui il leader ha, simbolicamente, licenza di prevalere e prevaricare ogni pares, la battaglia assomiglia a davide contro golia, ma in un tessuto sociale ormai eroso dal cancro del successo ad ogni costo, abbiamo bisogno di figure sobrie e di quivis de populo che si richiamano al concetto di legalità. C’è grande necessità dell’uomo qualunque che arriva al successo vivendo nelle regole e di figure apicali che fanno del richiamo alla legalità il loro compito quotidiano. Per un po’ in questo cammino si è sentito il richiamo del Presidente della Camera il quale tra titoli di prima pagina e l’errore dal dischetto è sembrato rientrare nella logica della politica tattica. Io credo sia necessario riavere richiami costanti alla legalità e mi viene da dire nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore …..un giocatore si vede dal coraggio dall’altruismo e dalla fantasia, infatti, Bruno è volato via sulla destra, ha percorso, senza paura, tutto il campo è ha dato ad Altobelli, appena entrato, la palla per entrare nella storia del Mondiale 82…………un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.


